FRANCESCO BISSOLOTTI
RACCONTA SIMONE FERNANDO SACCONI

Storia

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Ho incontrato per la prima volta Simone Fernando Sacconi nel Novembre del 1958, a Cremona, alla Scuola Internazionale di Liuteria che, quel grande esperto, di passaggio in Italia, aveva voluto visitare. Sacconi aveva interesse alla Scuola, che era stata istituita nel 1938, sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalla celebre Mostra del 1937 per il Bicentenario Stradivariano, curata, fra gli altri, dallo stesso Sacconi, poiché proprio a lui era stato chiesto di assumerne, sin dall'inizio, la direzione. Pur non avendo potuto accettare (si era infatti da pochi anni trasferito ed aveva assunto importanti incarichi negli Stati Uniti) riservò tuttavia sempre una attenzione particolare alle sorti di quell'istituzione. Ricordo che come lo vidi rimasi subito colpito dal suo sguardo pensieroso ed intenso, ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad un uomo di grande personalità, ad un vero e proprio grande artista, per il modo con cui si esprimeva e si presentava. A quel tempo io non ero più un ragazzino, avevo già moglie e tre figli e Sacconi, meravigliato, mi chiese come mai frequentassi quella Scuola. Gli spiegai che, avendo iniziato all'età di nove anni a studiare da dilettante prima il violino e poi l'intaglio e la tarsia lignea ed avendo già sperimentato da autodidatta la costruzione di un violino, mi sentivo molto attratto dalla liuteria, un'arte che mi avrebbe consentito di capire meglio, imparandone anche la tecnica costruttiva, questo affascinante strumento musicale. Sacconi, dopo aver osservato alcuni dei miei primi violini, seppur ancora rozzi e pieni di imperfezioni, si rese conto della manualità che avevo acquisito, della familiarità nell'uso degli attrezzi, insomma delle potenzialità che avrei potuto esprimere, così da propormi di trasferirmi negli Stati Uniti a lavorare con lui alla Casa Wurlitzer, perfezionandomi nella costruzione di strumenti nuovi e nel restauro. Era un prospettiva per me entusiasmante ma, nonostante tutte le sue insistenze, non riuscii a convincere mia moglie, affettivamente troppo legata alla sua terra ed ai nostri figli allora ancora troppo piccoli. Mi suggerì quindi di andare avanti da solo, lui mi avrebbe trovato casa e poi, dopo un anno o due, sarei stato raggiunto dalla moglie e dai figli; ma non se ne fece nulla. E lui"Pazienza non preoccuparti, anche se non puoi venire negli Stati Uniti vedrai che troveremo il modo di stare ugualmente in contatto, ci scriveremo e poi tornerò ancora a Cremona in futuro". Questa sua grande disponibilità ad aiutarmi con la sua esperienza ed i suoi consigli, mi aveva dato un entusiasmo ed una carica incredibili. Da allora cominciai ad intravedere buone prospettive per il mio lavoro, certo com'ero di avere in lui un appoggio prezioso.
Sacconi tornò a Cremona, nel frattempo mi ero già diplomato ed avevo aperto una piccola bottega in via Ala Ponzone a due passi dall'albergo "Impero" dove lui aveva preso alloggio. Ricordo i suoi suggerimenti sul come sistemare al meglio la bottega, su come attrezzarla e su come arredarla. Per tutti i quarantacinque giorni che rimase a Cremona, la mia bottega divenne anche la sua. Gli avevo dato una copia delle chiavi e lui vi andava a lavorare anche fuori orario. Spesso quando arrivavo al mattino (verso le sette) lo trovavo già al banco, al lavoro da più di un'ora. Nonostante fosse molto impegnato con musicisti e collezionisti che venivano un po' da tutt'Italia a fargli vedere o farsi fare delle messe a punto ai loro strumenti, trovava sempre un po' di tempo per scolpire una testa, rifinire una tavola, intagliare un ponticello e lo faceva sempre con la massima concentrazione. Aveva un dinamismo, una capacità di lavoro ed una resistenza formidabili; non era mai stanco, non si sedeva mai, sempre pensava, sempre lavorava, sempre camminava...Era un didatta nato, aveva una tale capacità di insegnare e di spiegare le cose che te le rendeva semplici, quasi ovvie. L'attenzione, l'umanità e la sensibilità che dimostrava nei miei confronti erano veramente smisurate, al punto che sia io e mia moglie lo consideravamo e lo trattavamo come uno della nostra famiglia. Con lui, dal 1962, mi sono anche dedicato al riordino del Museo Stradivariano, allora denominato Museo di Organologia e collocato al secondo piano del Palazzo dell'Arte, in Piazza Marconi. Una ubicazione assolutamente infelice, che Sacconi avrebbe voluto cambiare al più presto, poiché, fra gli altri inconvenienti, il troppo freddo d'Inverno ed il troppo caldo d'Estate sottoponevano i cimeli stradivariani, ivi conservati, a dannosissimi sbalzi di temperatura. Ricordo lo sgomento di Sacconi nel vedere forme ed attrezzi sporchi ed impolverati, con etichette ovali numerate incollate direttamente sul legno, forme e disegni privi di qualsiasi didascalia, sistematati in modo posticcio in bacheche non adatte allo scopo. Tutto l'insieme denotava incuria e disinteresse per cimeli che lui, viceversa, riteneva preziosissimi e che considerava il punto di partenza, accanto agli strumenti antichi, per lo sviluppo di una moderna liuteria di qualità ispirata ai Classici Cremonesi. E diceva "non capisco, avete qua tutto questo ben di Dio, avete qua le forme di Stradivari, che sono la base per fare una liuteria come la facevano gli antichi Maestri, e nessuno di voi è mai venuto in questo Museo a studiare e a cercar di capire tenendolo così sempre vivo". Colsi d'intuito il significato profondo di quelle sue parole e da allora la valorizzazione della grande liuteria del passato e l'uso della forma interna nella costruzione degli strumenti moderni sono stati per me un impegno costante. Mentre riordinavamo il materiale, soprattutto certe forme di Stradivari sulle quali, per lo sporco, non riuscivamo più a decifrare le date originali incise con lo scalpello, Sacconi mi raccomandava continuamente di prendermi cura di tutto e di proseguire i lavori anche dopo la sua partenza da Cremona; il riordino del Museo era per lui una preoccupazione quotidiana. Sistemato al meglio, con l'aiuto del Dott. Bruno Dordoni e grazie all'acquisto di nuove bacheche da parte del Comune, il Museo venne più tardi trasferito nella Sala Manfredini di Palazzo Affaitati ove è rimasto per qualche tempo in via provvisoria, per trovare poi collocazione e nuova sistemazione nella sede di via Palestro. (Oggigiorno il Museo si è di nuovo trasferito nella Sala Manfredini). I giorni passati nel Museo di Organologia con Sacconi hanno segnato una tappa fondamentale nella mia formazione di liutaio, le sue continue spiegazioni e la sua ricostruzione, attraverso lo studio di forme, disegni ed utensili, del processo lavorativo di Stradivari, mi facevano ritornare indietro nel tempo, mi facevano sentire quasi come fossi nella bottega di quel grande Maestro e me lo rendevano familiare come se vi avessi da sempre lavorato a contatto di gomito. Sacconi conosceva già molto bene quei cimeli, poiché essendo egli stato allievo del liutaio Giuseppe Fiorini, li aveva già visti e studiati ancor prima che Fiorini stesso li donasse al Comune di Cremona. Sacconi era un patito di Stradivari che considerava la sintesi suprema, il culmine della liuteria antica, e quelle forme e quei disegni, gli unici giunti fino a noi (nulla di simile ci è infatti pervenuto di Amati, Guarneri e degli altri grandi) erano per lui la testimonianza viva dell'arte eccelsa di quell'insuperato Maestro. E' stato in quel Museo e attraverso quelle esperienze che ho capito l'importanza di costruire gli strumenti secondo il metodo dei Grandi Cremonesi: la forma interna. Sacconi mi ripeteva "Vedi Francesco, nella liuteria per poter progredire occorre tornare indietro, occorre capire il passato, solo dopo aver studiato e capito Stradivari si può riuscire ad essere un buon liutaio. Costruire gli strumenti secondo il suo metodo è veramente molto difficile, richiede molta concentrazione, molta pazienza, molta costanza ma consente, con gli anni, di dare il meglio di sé. Lavorare con la forma interna richiede infatti un impegno, non soltanto manuale ma anche intellettuale, richiede una capacità creativa e di ideazione che chiama in causa tutta la personalità del liutaio. Ritornato Sacconi negli Stati Uniti, nell'Autunno del 1962, iniziò tra di noi un fitto scambio di corrispondenza; quando avevo qualche problema o qualche strumento particolare, gli scrivevo e lui mi dava consigli preziosi, mi mandava fotografie, disegni o anche semplici schizzi di suo pugno, con dati e misure, mi spiegava come distinguere una etichetta falsa da una originale, come riconoscere e distinguere le caratteristiche specifiche di un autore da un altro ecc. A Cremona Fernando tornava comunque molto spesso, quasi ogni anno, e dei rituali 45-60 giorni della sua permanenza molti ne passava nel mio laboratorio; quante informazioni, quante conoscenze ho assimilato da lui anche attraverso i suoi colloqui e gli scambi di vedute con i clienti. Talvolta si recava alla Scuola di Liuteria, dove dava consigli e suggerimenti agli allievi, ma non sempre veniva apprezzato per quello che veramente valeva. Alla Scuola, verso la fine degli anni sessanta tenne un importante corso di restauro di tre settimane al quale parteciparono, oltre agli allievi della Scuola stessa, anche diversi liutai venuti un po' da tutt'Italia, eravamo se ben ricordo circa in 25 tra vecchi e giovani. Fu un corso estremamente interessante dal punto di vista tecnico, anche perché Sacconi non aveva segreti, spiegava tutto quel che sapeva, tutto ciò che aveva sperimentato, dava tutto a tutti. Quando era nella mia bottega, alcune volte trovavamo qualche ora per andare insieme al Museo Civico ad osservare i quadri, le sculture e le tarsie ivi conservate; andavamo anche al Coro del Duomo a studiare le tarsie del Platina, della fine del quattrocento, tarsie che erano protette da un tipo di vernice incolore, che secondo Sacconi, era la stessa che sarebbe stata poi usata, con l'aggiunta di coloranti da Amati, Stradivari e Guarneri. Era convinto che gli ingredienti e la composizione di quella vernice fossero gli stessi di quella dei Grandi Liutai e che anzi, questi avessero appunto ereditato tale composizione dagli intarsiatori. Prendeva un batuffolo di cotone con un po' di solvente, puliva un angolino della tarsia e mi faceva ammirare la bellezza, la trasparenza e la lucentezza ancora intatta dopo tanti secoli. Mi portava nella chiesa di
S. Sigismondo a studiare gli intagli del coro dei fratelli Capra, che secondo Sacconi avevano influenzato la liuteria del tempo (fine' 500 inizi ‘600). Mi coinvolgeva in tutte queste ricerche con una passione ed una competenza incredibili, che lasciavano trasparire come, oltre alla liuteria, egli conoscesse ed amasse anche altre arti, la pittura, la scultura ecct. Tutti i suoi discorsi comunque andavano a cadere sul suo chiodo fisso: il violino. Sono state per me lezioni indimenticabili, affascinanti e fondamentali. Avrei potuto ascoltarlo per ore senza mai stancarmi. Nel 1968, in occasione di un suo ulteriore soggiorno cremonese, ebbi la fortuna di assistere Sacconi nella messa a punto dello Stradivari "Berthier" 1716 di proprietà dell'Ing. Paolo Peterlongo. Dello strumento, rimasto nel mio laboratorio per alcuni giorni, Fernando mi spiegò e mi descrisse ogni più piccolo particolare, con una sicurezza e una immediatezza sbalorditive, come se lo avesse da sempre avuto sotto gli occhi. Con grande famigliarità e sicurezza trattava anche tutti gli altri strumenti antichi (Stradivari, Amati, Guarneri, Bergonzi ed altri minori) che musicisti e collezionisti portavano da lui, nella mia bottega, per piccole riparazioni o per una semplice messa a punto.
Di ognuno mi spiegava la storia, i particolari e tutte le caratteristiche estetiche ed acustiche. Nel 1971 trasferii il mio laboratorio da via Ala Ponzone a via Milazzo (attualmente si trova, dal 2001, in Piazza S. Paolo) e lì Sacconi negli ultimi due soggiorni a Cremona (1971-1972), potè disporre di maggiore spazio, di un banco da lavoro tutto suo e di una attrezzatura che egli aveva tuttavia arrichito con utensili costruiti appositamente, in tutto simili a quelli usati da Stradivari. Il mio laboratorio era diventato per lui come una seconda casa, vi si intratteneva a parlare con i clienti anche oltre l'orario, vi riceveva quasi ogni giorno il Dott. Bruno Dordoni con il quale stava curando la stesura del libro "I segreti di Stradivari", vi compiva ogni sorta di esperimento, soprattutto sulle vernici. Ricordo di una lunga lista di resine e solventi che dovetti procurargli per preparare una nuova vernice che voleva simile a quella stradivariana. Mi recai fino a Soresina, da un mio conoscente apicoltore, con cui raschiai le arnie per procurarmi la propoli, una sostanza gommosa che le api producono per ostruire le fessure degli alveari e che Sacconi riteneva indispensabile alla riuscita di una buona vernice. Procurati gli ingredienti sperimentammo quindi insieme alcune ricette di vernice, una delle quali egli ha poi descritto nel suo libro. Fra gli altri esperimenti, ricordo anche la ricostruzione del processo di estrazione del colore rosso (alirazina) dalla radice di robbia, colorante tipico contenuto nella vernice dei Classici Cremonesi. Nel 1971, sotto la sua direzione e con il suo aiuto costante, iniziai la costruzione di un violino ispirato al modello dello Stradivari "Il Cremonese" 1715, conservato nel Palazzo Comunale di Cremona. In primis mi fece costruire la forma interna sulla base delle misure di quella conservata nel Museo Stradivariano, quindi ci recammo in Comune, a più riprese, a studiare lo strumento originale, ad osservarne le arcature ampie, la filettatura, la modellatura delle punte e la scultura del riccio. Scegliemmo poi il legno, un legno stagionatissimo e con marezzatura molto simile all'originale. Con lui iniziai quindi la costruzione vera e propria dello strumento. Ricordo la sua meticolosità, la sua precisione, la sua grande sicurezza nel guidarmi attraverso le varie fasi della lavorazione. E' stata per me la più grande lezione di liuteria mai avuta, che ancor oggi ricordo con entusiasmo e riconoscenza. Il violino, ultimato nel 1972, è rimasto tuttavia in bianco poiché lui, prima di iniziare la verniciatura voleva che lo strumento fosse esposto per almeno un anno alla luce solare. Purtroppo non ha avuto la gioia e il tempo di vederlo verniciato. Sacconi è stata per me un figura determinante, mi ha trasmesso un bagaglio di esperienze e di conoscenze che in nessun altro modo e per nessuna altra via avrei potuto conquistarmi. Egli è stato, non soltanto un maestro, ma innanzi- tutto un grande amico, un uomo retto, generoso fino all'eccesso, fiducioso nelle capacità e nelle potenzialità di ognuno. Pur essendo un grande, ed avendone consapevolezza, tuttavia, nei giudizi che mi confidava su i suoi allievi, non l'ho mai sentito criticare o biasimare qualcuno, anzi tendeva sempre a mettere in risalto anche le più piccole doti. Ha vissuto interamente per il suo lavoro, con una passione e un entusiasmo ch'erano un tutt'uno con il suo amore smisurato per la vita, per la creazione artistica e per la ricerca. La liuteria, anziché ragione di guadagno e di prestigio, è stata per lui semplicemente un atto d'amore. Questo mio omaggio a Sacconi, prima ancora che all'esperto di liuteria, si rivolge innanzitutto al grande maestro di vita.

Francesco Bissolotti
Cremona, 26 Giugno, 1985



Brani di lettere autografe del Maestro Sacconi al liutaio Francesco Bissolotti di Cremona

Senza data
So quanto tu soffri per la Scuola, non prendertene, il tuo laboratorio sarà la vera Scuola di Cremona e ti assicuro che farai buoni affari e non avrai tempo da fabbricare. Veramente fai un violoncello con un legno di pioppo o legno nostrale, la tavola di vena larga e anche a questo lavora con la rasiera per far risaltare la vena come qui ti accludo un campione fatto come ti ho detto, a proposito questo pezzo di abete è di lassù, è del Latemar; per vederne l'effetto guardalo contro la luce tangente, a proposito c'è anche la colla di pesce, una mano prima e dopo asciugata un po' di asprella o cartavetrata fina e poi prima della vernice un'altra mano. Ti raccomando di non lasciare troppo legno al fondo che alla tavola, fallo come fosse un violino, questi sono gli spessori buoni per far suonare la viola e anche il piegamento del manico è meglio che lo fai 31 mm, perché qui col gran secco va su di molto. Anche a te auguro ogni sorta di bene unito alla tua bella famigliola. Ti abbraccio affettuosamente sempre tuo amico Sacconi.


Point lookout, 20 Ottobre 1968
E' con piacere che ho ricevuto la tua lettera del 3 c.m. e apprendo del tuo trasferimento a Cremona. Il 30 ti ho mandato un pacco di cose a te utili. Le piallette sono ora in commissione e appena l'avrò te le manderò come anche i solleva corde per i ponticelli, quello di viola è uno che ho adoperato io per molti anni. Ora andiamo al famoso violoncello "Guarneri". Questo strumento ha forse sostituito un vero Guarneri ed è invece un Anselmo Bellosio, di Venezia, allievo di Santo Serafino; non so come e chi ha fatto quel cambio: il biglietto è rifatto e la data 94 è copiata da un biglietto lungo, ti accludo una fotocopia di tale biglietto che appartiene alla viola appartenente al famoso violista Primrose. Il biglietto copiato appartiene al periodo circa il 1682 come puoi vedere anche dal libro di Hill di Guarneri e poi vedi che hanno fatto anche un errore di ortografia cioè invece di alumnus ha omesso la "m". Poi immancabilmente al centro del fondo dentro tutti i Guarneri hanno quel pirolino di legno come ti ho detto. Un'altra caratteristica è che i Guarneri non fanno tanto pulito quel taglio alla fine delle ganasse del riccio....invece Santo Serafino e allievi avevano questa caratteristica...e forse Bellosio qualche volta così...e poi anche molte altre caratteristiche che qui non posso elencare. Il mio consiglio è che tu lo ripari e lo vendi come Anselmo Bellosio, perché se lo vendi come Guarneri puoi avere dei guai. Un'altra cosa mi dimenticavo, i Guarneri non hanno mai fatti i violoncelli così piccoli, ma Bellosio si. Siccome mi dici che non c'è più vernice, ti suggerisco di pulire prima per bene tutte le giunte, incollarle per bene e pulire poi tutto per bene, senza levare la poca vernice che ci sarà e siccome sotto c'è sempre la preparazione, non raschiare, ma dai solo una leggera mano di vernice, senza colori e poi la pulitura con lo straccio che tu sai.


Point Lookout 11 Giugno 1970
Caro Francesco
Il colore della vernice va bene, solo devi metterci un po' più di cera. Il 4% delle resine, così viene meno vetrosa e un po' di propolis se ce l'hai; da un bel giallo. Devi metterci dentro i tuoi biglietti scritti con carta buona che imita la vecchia e i caratteri anche del vecchio stile e sarà cosi:
Francesco Bissolotti
Fece in Cremona l'anno 19....
E sotto a questo cartellino un altro con carta e caratteri moderni
Fatto espressamente per la Ditta
Rembert Wurlitzer inc. New York
Nelle curve della Testore vanno bene solo al piano dove sono le "ff"ai "CC" è troppo piena, cioè deve essere non così....ma così...Ancora correzioni che devi fare: I filetti della Gasparo vanno benissimo. Quelli della Testore devi fare al piano il bianco dei filetti più grossi cioè di quasi un millimetro, il nero va bene il bianco fallo di pioppo, al fondo i filetti vanno bene che sono solo tracciati, ma le righe sono troppo fine, devono essere fatte della stessa distanza ma con un tracciatore più ottuso e no tagliente così...I bordi della Testore benissimo quelli della Gasparo li puoi fare più piatti guardando le fasce.....e le punte delle fasce ai zocchetti delle punte ancora più di sbieco così...queste sono le caratteristiche. Gli spessori della tavola e del fondo, non farli tanto spessi, farli come ti ho detto. Ciò che hai fatto per far vedere le grane del piano sono, a certi punti troppo pronunciati. Se vuoi devi dare la cartavetrata o la pelle di pesce fina prima e poi passi ancora la rasiera pel verso del legno, ma non esagerare e poi quando vernici riempi bene di vernice perché altrimenti quando la levighi, levi la vernice e sulle creste del legno apparisce il bianco.

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